Lettera dalla Spagna

Ci scrive la mamma di Boris per denunciare il sistema giudiziario spagnolo: "Vuoi vedere che è il reo che deve preoccuparsi di provare la sua innocenza? "

Tiziana Rossi

 

23 ottobre 2004: la “Falange” (facsimile della “Fiamma Tricolore” in Italia) indice una manifestazione chiaramente “xenofoba” nella calle Ferraz, davanti alla sede del PSOE. Gli slogan sono: “NO ALL’IMMIGRAZIONE. DIFENDI I TUOI DIRITTI, DIFENDI LA TUA IDENTITÀ”.

Soprattutto attraverso Internet la "Ofensiva Antifascista 2004" indice una contro-manifestazione, in Plaza de España. Non si tratta di una vera maniestazione "illegale", poiché si arriva ad una specie di patto con il Prefetto, il quale permette la concentrazione senza corteo. Dopo essere rimasti in Plaza de España per un po’ di tempo, intorno alle 20,30 le diverse associazioni che costituiscono la "Ofensiva Antifascista" danno per conclusa la concentrazione. Non tutti sono d’accordo. Un gruppo decide di spostarsi verso la via dove sono i fascisti. La Polizia interviene per impedirlo, caricando. Gli arrestati sono 36: 24 minorenni.

Tra di loro c’è Boris, che allora aveva 15 anni. Lo hanno preso insieme ad uno degli amici con cui era andato alla concentrazione. Un po’ ingenuamente, avevano deciso di passare di fianco ad un mezzo della celere, visto che non stavano facendo niente. Grosso errore: un celerino prese per il braccio il suo amico e gli domandò “Perché sudi”? Il ragazzo non rispose niente. Sudavano perché avevano corso per non essere picchiati. In sostanza: gli “antidisturbios” stavano facendo un giretto per fermare quelli che per il loro aspetto erano “sospetti”. Boris allora aveva le treccine rasta e il suo amico è mulatto. Picchiati subito: non selvaggiamente... qualche calcio e qualche sberla dove non resta il segno. Insultati... Boris deriso per il nome (“sei finocchio, come il Boris della televisione?!). Portati al GRUME (Commissariato speciale, dove vengono portati i minorenni in stato di “fermo”) ammanettati. Obbligati a non guardare in faccia i poliziotti e a tenere la testa bassa per non potere poi riconoscerli. Tenuti in fila per ore, con la faccia contro la parete. Poterono andare in bagno una volta, prima di entrare in cella. Rimasti tutta la notte isolati e poco a poco rilasciati il giorno dopo. La cosa peggiore: l’umiliazione di obbligarli ad abbassarsi gli slip.

Le accuse: danneggiamento, attentato, disordine pubblico, lesioni.

Qualche mese dopo Boris è sentito da un giudice chiamato a prestare dichiarazione. Qualche  mese dopo ancora un gruppo di “psicologi esperti” lo “valuta”. Propongono (in caso di condanna) cento ore di lavoro per la Regione od otto fine settimana di arresto domiciliare. Domanda di Boris: “Perché devo lavorare gratis se non ho fatto niente?”

Lunedì 9 gennaio 2006 tutti e 24 devono presentarsi in tribunale per il processo. Prima che questo abbia inizio, gli avvocati vengono chiamati da parte e si propone loro un patto: riduzione delle imputazioni e quindi della pena. Meno per un paio di ragazzi, per il resto si mantiene solo l’accusa di disordine pubblico. Pena: quattro fine settimana di arresto domiciliare. Accettano quasi tutti.

Il 5 luglio è la nuova data fissata per lo svolgimento del processo. Di nuovo, la proposta di patteggiare. Uno accetta e sei rifiutano, tra cui Boris. La logica gli suggerisce che è abbastanza stupido riconoscersi colpevole essendo innocente. La logica dovrebbe suggerire al giudice che è abbastanza stupido “rischiare” essendo colpevole.

Qui risiede l’errore: nel voler trovare in tutta la vicenda una certa “logica”. Perché dovrebbe esserci logica in un sistema che autorizza manifestazioni inneggianti agli ideali razzisti, condannando in anticipo coloro che cercano di opporsi (solo per l’aspetto esteriore)? Il verbale della polizia è pieno di contraddizioni... lo hanno fermato in una via ma il “suo gruppetto” stava bruciando i cassonetti in un’altra... francamente, non sono in grado di riconoscerlo con certezza. Vuoi vedere che non è vero che il sistema deve provare la colpevolezza del reo? Vuoi vedere che è il reo che deve preoccuparsi di provare la sua innocenza? Anche se... quando l’unica prova è la testimonianza della polizia, sappiamo per esperienza che le forze dell’ordine non mentono!

E il giudice? In fin dei conti toccherà a lui decidere. Perché dovrebbe condannare in base a testimonianze contraddittorie? La parola di un celerino vale forse di più di quella di un adolescente con treccine rasta e un orecchino al naso? Qui siamo in uno stato di diritto, vogliamo scherzare veramente: stiamo parlando della Spagna, dove sono così “aperti” che gli omosessuali possono sposarsi! Eppure, il giudice, rimasto in silenzio la prima volta che siamo andati in Tribunale, la seconda ha preso la parola e ha tradito le sue intenzioni. Li condannerà, lo dice più o meno apertamente... anzi, è abbastanza seccato che non abbiano accettato di patteggiare, come gli altri. L’avvocato, fino a questo momento abbastanza convinto che si tratta di un giudice “imparziale” e che esistono elementi di rilievo per cui pensare ad una archiviazione del caso, compie un giro di 360º. Telefona il giorno dopo a casa, consigliando di proporre noi stessi il patto, poi aggiunge: “... inoltre, io ho molto lavoro”.

Il mio ringraziamento sincero: alla polizia, al giudice, all’avvocato. Grazie per avermi tolto la benda dagli occhi. A volte torno a credere in questo sistema, finché qualcuno o qualcosa mi obbliga a “ricredermi”! Nella dichiarazione fatta al Pubblico Ministero, Boris ha denunciato la maniera in cui è stato trattato. Per legge, essendo minorenne, il Pubblico Ministero avrebbe dovuto aprire indagini. Può darsi che abbia aperto un libro quel giorno, di ritorno a casa, ma le indagini le ha lasciate come stavano.   

Boris non rappresenta un caso isolato. Secondo il “Centro de Documentación contra la Tortura” sono state 600 le denunce di tortura e maltrattamento fatte contro gli agenti della polizia e i funzionari  delle prigioni nel corso del 2005. Nello stesso anno sono stati 793 i funzionari accusati di tortura, lesioni, maltrattamento, reati contro l’integrità delle persone, trattamento o pene crudeli, inumane e degradanti.

Boris non è morto: ma quanti sono morti? Sempre secondo l’Associazione sopra menzionata 36 persone sono morte mentre erano sotto custodia. Stiamo parlando solo dei casi conosciuti. Fa male... fa male avere vissuto in questo paese ventisette anni e accorgersi all’improvviso che non lo conosci. Non è che questo non succeda altrove, ma la mia domanda è: se dall’ottobre del 2004 mi sto “dando da fare”, perché non sono riuscita a trovare altri genitori per riunire gli sforzi di tutti? Non posso pensare neppure a quelli degli altri cinque ragazzi. Vivono in un altro mondo e non capiscono il nostro. Un paio di loro sostiene di non avere nemmeno preso parte alla concentrazione e probabilmente è vero. Ho inviato mail, assistito ad incontri con persone che condividono le nostre idee ma la realtà è deludente. Non voglio ferire la sensibilità di chiunque potrà leggere le mie parole e sentirsi chiamato in causa... ma non posso evitare di esprimere ciò che mi sembra evidente. Quarant’anni di regime franchista hanno modellato una realtà che scopro all’improvviso. Non a caso Franco morì di vecchiaia, nel suo letto. Io mi sono sempre sentita attratta dalla Spagna: García Lorca, Antonio Machado... decisi di vivere qui. Ciò che non sapevo è che non avrei potuto trovare i discendenti del poeta granadino. Alcuni scelsero la via dell’esilio, altri decisero di restare e pagarono con la loro vita. I figli di coloro che dovettero tacere per anni e chinare il capo (come Boris quando fu fermato) sono cresciuti in una società nella quale quasi tutti hanno cercato di occultare il passato. E la famosa “Transición” spagnola è stata la mazzata finale: un patto di silenzio accettato da tutte le forze politiche: un cambiamento apparente, perché tutto continuasse a funzionare nello stesso modo.  

La voce del dissenso si ascolta anche in Spagna, di tanto in tanto... ma ha poca forza. Chi aveva il potere prima e durante il franchismo (le famiglie che formano l’oligarchia economica) ce l’ha ancora. È innegabile: gli omosessuali si sposano qui, ma è semplicemente perché costituiscono un lobby importante e a questo governo interessa avere i loro voti.

Sembra incredibile ma la parola “paura” non è fuori luogo.

Ho letto la lettera che mi ha inviato uno dei genitori dei ragazzi arrestati in Italia per i fatti dell’11 marzo e condannati il mese scorso... spero di non fare loro un torto se copio questa frase: “...Questo è successo ad alcuni ma potrebbe succedere a molti…Il nostro impegno da quell’11 marzo, è di dimostrare che l’accusa è un puro teorema e la sentenza la conseguenza naturale della volontà di tacitare ogni forma di dissenso...”

Per poco tempo si parlò degli incidenti di quel giorno. Giusto il fine settimana e poco più. La “Cadena SER” la domenica 24 raccolse le mie parole -con le quali denunciavo il trattamento riservato a mio figlio- e quelle di un altro genitore, che praticamente diceva lo stesso. Un’altra musica suonò a partire da lunedì 25. Venne intervistato il Prefetto (Delegado de Gobierno), che parlò dei ragazzi come di una tribù urbana dedita a rompere tutto. Nemmeno all’emittente così “rossa” durante la partecipazione spagnola all’invasinoe dell’Irak e quando il Partito Socialista era all’opposizione interessa parlare della repressione poliziesca. Nessun governo ha cercato di cambiare questa situazione in Spagna. Molti sanno che cosa succede ma quasi tutti tacciono. Citando un vecchio detto trito e ritrito “l’apparenza inganna”, aggiungerei che non è proprio il caso di dire “Viva Zapatero”.

 


 da la stampa dell'epoca

Méndez subraya que "no es una chiquillada" y advierte de que se va a afrontar este tipo de actos "de manera muy combativa"

En libertad los 36 detenidos, 24 de ellos menores, en la contramanifestación antifascista del sábado en Madrid

 

MADRID, 25 (EUROPA PRESS)

Los 36 individuos, 24 de ellos menores, que fueron detenidos por su presunta implicación en los disturbios que tuvieron lugar en Madrid el pasado sábado durante una concentración no autorizada de carácter antifascista fueron puestos en libertad ayer por la tarde, según informó hoy a Europa Press un portavoz de la Jefatura Superior de Policía de Madrid.

En relación con los hechos, el delegado del Gobierno en Madrid, Constantino Méndez, dijo esta mañana que todos los arrestados han pasado a disposición judicial y deberán responder "no sólo de sus actos de resistencia, de sus acciones frente a la seguridad, sino también de los daños producidos".

Señaló que a los detenidos se les incautaron "distintas armas y material para la lucha callejera, entre grupos y tribus urbanas", por lo que concluyó que "no era una chiquillada, no es un tema menor". "Tenemos que hacer frente no sólo a la delincuencia como tal, sino también a este tipo de conductas vandálicas que preceden muchas veces a la actividad delincuencial", dijo Méndez, quien advirtió de que "en todo caso, estas conductas vandálicas están tipificadas como ilícitos penales y, por tanto, son conductas delictivas".

"NINGÚN TIPO DE MÓVIL POLÍTICO"

A juicio del delegado del Gobierno, "estamos delante de vandalismo urbano y una forma de violencia frente a la cual -aseguró- vamos a estar siempre de manera muy combativa con nuestra fuerza policial". También opinó que los altercados del pasado sábado, surgidos como reacción a una manifestación convocada por Falange Española contra la inmigración que contaba con la pertinente autorización, son un acontecimiento aislado.

En este sentido, explicó que "son grupos que sistemáticamente actúan desde la pura y simple violencia, sin ningún tipo de móvil político", y subrayó cómo, de hecho, "el porcentaje más alto" de los detenidos "era de gente menor". "Es más que posible pensar que para ellos se trata prácticamente de jugar a la violencia urbana como una tribu más", comentó.

Méndez recordó que para el sábado "había una manifestación perfectamente comunicada a la Delegación del Gobierno, que transcurrió de forma pacífica y democrática", en alusión a la convocatoria hecha por Falange Española contra la inmigración.

"Nuestro objetivo era defender ese derecho frente a cualquier grupo violento que quisiera interrumpirlo", añadió Méndez, que aseguró que "teníamos detectado desde un par de semanas antes que había un intento de movilización en este sentido, había un dispositivo creado para controlar ese tipo de situación".

El delegado del Gobierno agregó que "la principal preocupación es que ese conjunto de grupos que se daban cita para contramanifestarse e incluso impedir la manifestación legítimamente solicitada por parte de Falange Española, pudieran crear actos de violencia contra los que se manifestaban legítimamente", por lo que "en el punto y hora en que se empezaron a producir esos actos de vandalismo -indicó- la policía actuó", produciéndose un total de 36 detenciones.  

 

indietro