Breve riflessione sul Messico

Messico: la criminalizzazione della protesta

Massimo Modonesi*

6 maggio 2006

In Messico, in vista delle elezioni di luglio, si è scatenata la strategia della tensione. Prima la resistenza operaia in Michoacán, poi la rivolta plebea di Atenco, la criminalizzazione della protesta risveglia i demoni della repressione. Due facce della stessa medaglia, la medaglia del Giano statale, consenso e coerzione. Il consenso necessario per giustificare la repressione viene costruito mediante la manipolazione dei mezzi di comunicazione: il duopolio televisivo (Televisa e Tvazteca) e la miriade di radio che in questi giorni di conflitto appellano ai peggiori luoghi comuni, carichi di razzismo e classismo, per attaccare i movimenti di protesta, accusano allo zapatismo e gli studenti di aizzare gli istinti violenti delle masse ingenue e sprovvedute, vittime dell’ignoranza e la povertà, invocano l’azione della polizia per ristabilire l’ordine infranto.

L’eco della manipolazione si fa sentire nell’opinione pubblica malgrado i tentativi di contrastarla mediante raccolte di firme, radio indipendenti e il solito ruolo controcorrente del quotidiano La Jornada. Eppure il Messico conservatore e reazionario mostra il suo volto e digerisce la farsa del senso comune dei teledirigenti benpensanti.

Malgrado questo, la Otra campaña segna un punto con la marcia pacifica ad Atenco e serve da catalizzatore della radicalizzazione dei movimenti in uno scenario che si fa giorno dopo giorno sempre piú inquietante. La strategia della tensione declina un obbiettivo generale in tre movimenti:

radicalizzare il conflitto attorno allo zapatismo per spostare voti verso il blocco d’ordine, giustificare la repressione e neutralizzare la candidatura di López Obrador.

Sembra chiaro che di fronte al pericolo di perdere porzioni importanti di potere, le destre messicane sono disposte a ricorrere a tutti gli strumenti a loro disposizione. L’offensiva si sviluppa su più fronti, oltre all’estremismo che invoca l’uso della forza, appare la manipolazione dei sondaggi e forse domani dei comizi, la caricaturizzazione di candidati, forze politiche, sindacati e movimenti. Emergono nuove e antiche culture di destra –individualista, imprenditoriale, clericale, nazionalista, classista, razzista- per screditare ogni ipotesi progressista di riforme economiche e culturali, ogni rivendicazione di diritti alla diversitá e all’uguaglianza.

Il Messico barbaro si risveglia e reagisce all’emergenza delle ipotesi riformiste di López Obrador e il fermento rivoluzionario che circonda il viaggio del Delegato Zero e la radicalizzazione del discorso e la pratica zapatista.

Di fronte alla strategia della tensione, l’unica previsione possibile è l’inizio di una stagione di conflitto.

*Professore di Storia Contemporanea dell'Università Autonoma di Città del Messico e dell’Università Nazionale Autonoma del Messico

 

indietro